La Sacralità del
Nascere
Il
Presepe, Storia Arte e Tradizione
A cura di Giulio IERVOLINO
La Sacralità del Nascere
Il Presepe.
Storia e tradizione.
A cura di
Giulio Iervolino
Il Popolo di
Napoli ha vissuto da sempre il Natale come un evento speciale e coinvolgente
anche fuori dell'ambito familiare, per questo l'Arte del Presepio custodisce
profonde ed antiche radici.
2400 anni fa,
infatti, nel cuore della Napoli greca, e proprio in quella zona che oggi
chiamiamo di San Gregorio Armeno o di San Biagio ai Librai, si modellavano
delle statuine in terra cotta da offrire in dono a DEMETRA affinché dispensasse
abbondanza alle famiglie. In epoca
romana, poi, lo stesso dono veniva offerto a CERERE. Queste statuine erano
dette ‘Stipi Votive' ed anche se
non possono essere considerate antesignane del Presepe, testimoniano una
tradizione locale antica e molto sentita.
Intorno
all'ottavo secolo già si tenevano sacre rappresentazioni della nascita di
Cristo. Inizialmente, le recite erano assai severe e si svolgevano soltanto
all'interno delle Chiese; in seguito, le si portò nelle piazze riuscendo, così,
a coinvolgere l'intera comunità. Lentamente, poi, la sacralità ebbe ad
affievolirsi e gli elementi della vita sociale presero il sopravvento. Infatti,
nel 1207 Papa Innocenzo III fu molto indignato da questa trasformazione.
Comincia così
quella ‘contaminazione tra sacro e profano' che spingerà il presepe a diventare
una vera e propria rappresentazione d'arte; si assiste allo sviluppo di una
raffigurazione plastica della natività: Figure di popolani con i costumi
contemporanei convivono nello stesso scenario di Gesù, Giuseppe e Maria che
restano abbigliati alla palestinese.
Per tradizione
si data la nascita del Presepe al 24 Dicembre 1223 quando cioè, Francesco
d'Assisi giunto a Greccio, decise di festeggiare il Natale in
modo originale. Le sacre rappresentazioni erano state proibite già da molti
anni e Francesco, dopo aver chiesto al papa una speciale licenza, ricostruì la
scena della natività in una grotta del bosco. Poco prima della mezzanotte le
campane richiamarono tutti gli abitanti delle contrade vicine, che visitarono
il Presepe ed assistettero al miracolo che vide materializzarsi, tra le braccia
del futuro Patrono d'Italia, il bambinello Gesù che, poi, disparve.
Da allora in poi, in tutta Italia invalse l'uso di
preparare il presepe e specialmente a Napoli, dove i Francescani fondarono
molti conventi e diedero un notevole impulso alla creazione degli scenari
presepiali, secondo le indicazioni dei Vangeli di Luca e Matteo. Nel 1340, la
Regina Sancia fece realizzare un grandioso presepe che fu donato alle Suore
Clarisse.
Nel ‘500 poi
un lombardo, Pietro Belverte, scolpì 28
figure per un presepe commissionato dai frati di San Domenico Maggiore. Lo
scultore sistemò le figure in una grotta di vere pietre e scandalizzò tutti
inserendo nello scenario una taverna.
Tutto era
pronto per l'ingresso in scena di un vero artista: Giovanni Merliano, meglio
conosciuto come Giovanni da Nola, che
realizzò, su commissione di Jacopo Sannazaro che
presentava il suo ultimo lavoro poetico: ‘De Partu Virginis', il più bel
presepe del tempo.
Alcune di
queste statue sono ancora visibili nella Chiesa di Santa Maria del Parto a
Mergellina.
Giunse a
Napoli anche San Gaetano da Thiene che, si dice, adorasse
costruire presepi ed, infatti, ne preparò, personalmente, uno per i pazienti
dell'Ospedale degli Incurabili. Alla fine del ‘500 si assisteva a vere e
proprie gare tra conventi per l'allestimento del presepe più bello.
Dopo i
primi due decenni del secolo XVII avvenne la grande svolta; le statue
lasciarono il posto a manichini di legno vestiti di stoffa e, con occhi di
vetro o pasta vitrea e imponenti parrucche. I prototipi erano stati creati
mezzo secolo prima in Germania, ma i manichini napoletani non ebbero rivali per
opulenza e dimensioni. Dopo non molto tempo l'altezza fu ridotta a 70 cm.
Furono gli Scolopi
della Duchesca ad esporre i manichini più apprezzati a
partire dal 1627. Gli Scolopi apportarono una serie di importanti novità:
furono i primi a rinunciare alle installazioni fisse, smontando e rimontando il
presepe ogni anno. Inoltre, inventarono il gioco della prospettiva ponendo i
pastori grandi in primo piano ed i più piccoli in lontananza.
Michele
Perrone, invece, nel 1660, fu il geniale inventore della
teatralità nel presepe; lasciando ai pastori soltanto le teste e gli arti di
legno, pensò di unirli insieme con un‘anima di filo di ferro dolce avvolto
nella stoppa; così potette atteggiare i suoi pastori in tutte le pose
possibili, dando all'insieme una grande sensazione di movimento. Ebbe, così,
inizio il cambiamento che avrebbe portato il Presepe barocco a diventare
Presepe rococò.
Scrive del ‘700 Elio Catello: "Luigi Vanvitelli
in una lettera diretta al fratello Urbano definisce il presepe napoletano una
‘ragazzata'. In effetti si sa quanto il grande architetto fosse poco tenero
verso i napoletani e la città che malgrado tutto l'aveva lungamente ospitato e
onorato. Ma, come opportunamente osserva Spinosa, il giudizio di Vanvitelli è
pienamente coerente con il suo orientamento culturale e le sue scelte
artistiche. Egli insomma non poteva apprezzare una forma d'arte così lontana
dal suo razionalismo e dal suo pacato classicismo.
E il presepe
napoletano di quel tempo, fantastico, irrazionale, sfrenato oltre misura,
rappresentava l'antitesi perfetta di queste sue tendenze culturali. Eppure
Vanvitelli coglie un sintomo importante, giacché, definendo il presepe
napoletano una ragazzata, pur se il termine nella sua accezione implichi un
significato di leggerezza, sembra intuire che per un certo ceto, che era poi
quello da lui frequentato, il presepe diventa un gioco aulico e raffinato, ma
pur sempre un gioco, nel quale le figure presepiali in una proiezione
artificiosa degli stessi committenti-registi recuperano un vagheggiato realismo
idillico e domestico.
Negli
allestimenti scenografici si riversava tutta la loro cultura: dalla esaltazione
del privilegio, espressa nella figurazione dei nobili orientali con schiavi
carichi di ricche suppellettili, alla impietosa realtà dei diseredati, colta
non senza ironia; alle curiosità etnografiche nella rappresentazione dei
costumi popolari e contadineschi; all'indagine caratteriale, talvolta
addirittura puntigliosa e, infine, all'esibizione di un proprio status socio
economico attraverso gioielli e ori, argenti e ricami e sete preziose. Il tutto
in una nuova e complessa forma di spettacolo qual è appunto il presepe
napoletano di questo secolo".
Furono proprio
le richieste che venivano dalla nuova moda, lo stile rococò, a preparare la
strada al trionfo del presepe settecentesco.
L'Opera Buffa,
il teatro e le spinte culturali del tempo che vedeva nascere l'illuminismo,
crearono le premesse per la preparazione di un presepe molto più vicino alla
vita quotidiana di Napoli.
La teatralità,
già adottata per il presepe barocco, ebbe ancora maggiore incremento e non si
ebbero quasi più limiti; l'estrema flessibilità dei manichini di ferro e stoppa,
la grande tendenza a riprodurre fedelmente le piazze, i mercati, le taverne ed
i ‘concertini' all'aperto.
Il 700, quindi, fu il secolo del massimo
splendore del presepe, infatti scrive Anna Aschettino: "Napoli, ridivenuta
capitale di un Regno, in quello che fu il secolo dei lumi per il fiorire delle
arti, della filosofia, dell'economia, del diritto, della cultura, fu una delle
città europee più brillanti e proprio mentre l'illuminismo cercava di abbattere
tutti i principi cristiani, fiorì l'arte del presepe, che, però, si è
completamente laicizzato, essendosi arricchito di personaggi ed elementi che
nulla o quasi hanno in comune con la sacra scena.
Il gruppo del
Mistero viene ambientato in una grotta arricchita da resti in rovina di un
tempio pagano, i personaggi indossano i costumi delle province del regno, siano
essi mandriani, contadini, miseri, patrizi.
Il presepe
diventa specchio della vita quotidiana, con le miserie del popolo minuto e il
fasto e lo splendore della nobiltà, l'arte supera, travalica la
rappresentazione del mistero come era avvenuto fino a quel momento, e anche le
altre scene del complesso presepiale presentano mescolanze di sacro e di
profano, confusione di epoche, intrusione di elementi esotici, simbolismo più o
meno palese.
Come il tempio
in rovina accanto alla grotta, eco delle scoperte del momento, starebbe ad
indicare il trionfo del cristianesimo sul paganesimo, accanto agli Angeli che
annunziano agli umili la nascita del Signore che li riscatterà dall'antico
servaggio, vi sono gli ori, lo sfarzo delle vesti dei Magi, del loro seguito,
della nobiltà".
Ciò fu senz'altro possibile perché si
evidenziarono scultori con qualità straordinarie come Giuseppe
Sammartino (autore tra l'altro del Cristo Velato), Francesco
Celebrano, Lorenzo Mosca e poi
Bottiglieri, Ingaldi, Vassallo ecc. L'arte del presepe diede
vita ad una infinità di nuovi mestieri: veri sarti confezionavano i vestiti per
i pastori ed avevano bisogno di setifici con speciali telai, e per i
‘Finimenti', gli accessori cioè, quelle minuterie che completano la scena, gli
animali e tutto quello che serviva; ci si affidava alle esperte mani di veri
specialisti: falegnami, cesellatori, argentieri, orafi, bardatori e bravissimi
fabbri per il ferro battuto.
Il
compianto Soprintendente Raffaello Causa
così definiva il presepe napoletano del ‘700, nel suo -Il Presepe Cortese- "...
voce tipica della cultura artistica della Napoli del ‘700 ... il presepe che
diremo ‘cortese' per differenziarlo dal vecchio presepe di chiesa... si rivela
esperienza mondana, sostanzialmente disincantata e laica, giuoco alla moda
della corte, dell'aristocrazia, dei ricchi borghesi... disimpegno d'elite di cui
si attendeva nelle ore sfaccendate del giorno ...".
Il lento
tramonto di questa società raffinata e dal gusto bizzarro fece concludere la
bella favola vissuta dal presepe settecentesco. Nacque così il pastore di terra
cotta di varia qualità e misura,
disponibile per tutte le tasche e contemporaneamente le proporzioni del presepe
ebbero a ridursi progressivamente. Lo scenario generale risultava
pullulante di interessi e di mestieri.
Resta,
comunque, il 700 come riferimento al ‘bello' nell'arte presepiale e, a
tutt'oggi, la scenografia, gli animali e gli accessori risultano essere
tentativi di imitazione di quelli del secolo d'oro. L'800, che vide nel Presepe
di don Michele Cuciniello la massima
espressione del tempo; con la rappresentazione di una più reale condizione di
vita e con i pastori di terra cotta, gode oggi di molti seguaci che sono,
forse, più attenti alla bellezza estetica degli accessori che al contenuto
sacro dello scenario. Eppure don Michele amava dire che: "fare
il presepe equivale a tradurre il Vangelo in dialetto", e non ci
sembra lavoro da poco ...
Don Michele
CUCINIELLO
Oggi il
presepe ha, forse, ritrovato un interesse di massa; i mini presepi realizzati
con pastori di pochi centimetri, chiamati ‘moschelle', uniscono al basso costo
anche il vantaggio di essere facilmente collocabili negli spazi ridotti delle
moderne abitazioni.
Vogliamo citare,
tra i più bravi artigiani d'arte i Maestri
De Luca, Maria Pia Daidone, Adriana Bezzi, Angelo Rossi, Luigi Suarato, Salvatore
Mirra, Vincenzo Ruggiero e tantissimi altri appassionati ed
artisti professionisti.
Nel presepe si
assiste all'incontro dei due grandi protagonisti: Il Divino e l'Umano, ma non
manca certo un terzo elemento; le persone distratte, impegnate a fare altre
cose, vengono comunque e bonariamente rappresentate.
Citiamo le
sentite parole dell'Arcivescovo Bruno Forte*: "Si rivela
qui un aspetto di grande importanza: in realtà, la volontà e la decisione di
chi "fa" il presepe, come di chi costruisce i pastori è il primo, grande
‘protagonista' umano della storia che vi è narrata.
Effettivamente,
solo nella Napoli del Settecento poteva capitare con tanta facilità e dovizia a
semplici uomini di trovarsi a "scorciare la barba al Padre Eterno", "rifare il
naso alla Madonna" o "cangiare il fiore sulla mazzarella di San Giuseppe": e
questo non poteva non trasmettere loro un senso di familiarità col divino, che
li rendeva quanto mai comprensivi e misericordiosi con quella parte
dell'umanità, e non la più piccola, che potrebbe senza difficoltà essere
ascritta agli ospiti del Diversorium (l'albergo).
Il presepe non
vuole però essere soltanto ammirato: il protagonista divino ed il protagonista
umano non vi sono rappresentati come una memoria di un tempo perduto, ma come
un appello rivolto al presente. Ne è indizio la figura così frequente del turco
Amedir, il "guardiano della nascita".
Secondo la
leggenda una ricca principessa possedeva un Bambino Gesù, a custodia del quale
aveva posto un Moro, così ostinato nel non volersi far cristiano, che alle
insistenze della pia padrona sistematicamente rispondeva con freddezza,
precorritrice di un Voltaire: "Quando a me Bambin parlare, me allor cristiano
fare".
Un bel giorno
Ella se lo vide correre incontro gridando: "Me voler cristiano fare e voler
Giuseppe chiamare". Il Bambino aveva parlato, dicendogli: "Giuseppe, cristiano
fare". E così il buon Moro fu battezzato col nome prescelta dal Figlio di Dio.
Il senso della leggenda, trasmessa fra innumerevoli lacrime di commozione, è
palese: i "guardiani" del presepe, gli spettatori ammirati e incuriositi, sono
chiamati per nome dal piccolo Salvatore, affinché il loro cuore si apra a Lui e
la loro vita cambi.
Altro indizio
non meno significativo di questa "attualità" del presepe è riconoscibile nel
fatto che spesso i luoghi e i volti sono quelli della Napoli settecentesca: non
si farebbe fatica ad individuare visi resi celebri dalle arti "maggiori", ma
anche i comuni pastori hanno i tratti e gli abbigliamenti che qualunque
visitatore avrebbe potuto osservare nelle strade rumorose della città.
E i "trionfi"
di frutta, verdura e cacciagione dovevano riprodurre uno spettacolo consueto,
sul quale riposavano di frequenza gli occhi dei benestanti, pregustando
prossime letizie, ma anche dei più poveri, sazi almeno di quello sguardo:
"Tranne poche eccezioni, (scrive Leandro Fernàndez de Moratìn, letterato
spagnolo in visita a Napoli sul finire del 1793 e l'inizio del 1794) bisogna
confessare che la città di Napoli è forse la più abbondante in commestibili che
vi sia in Europa ... e il popolo è contento quando, anche senza mangiare, sa che
c'è da mangiare".
E' questo
popolo godereccio ed affamato, chiassoso e festaiolo, gravato da contraddizioni
sociali forti, ma pur sempre abile nell' "arrangiarsi", che il presepe intende
riprodurre, quasi a dire che Cristo non nasce ‘altrove' o ‘in un tempo
lontano', ma "qui ed ora", in questa "sua" terra e fra questa "sua" gente.
E così che la risposta dei pastori può
diventare quella di chi guarda ed è così che il presepe del nostro presente
potrebbe assolvere al medesimo compito cui assolse il presepe di Padre Rocco o
di Sant'Alfonso: dire il Vangelo in modo che risuoni non come predica
moralistica o discorso edificante, ma come dubbio sui nostri non-sensi,
annuncio di una speranza possibile, dischiusa per tutti da quell'umile nascita
..."
Il Presepe,
comunque, ed in qualsiasi creativa forma venga realizzato, è, e resta, lo
scenario magico ed affascinante del Natale cristiano. Esso vuole anche
rappresentare, e compiutamente, la pace, la speranza e la tranquillità di vita
che tutti auspichiamo; per noi stessi, e per tutti i popoli della terra ...
indistintamente.
Giulio
Iervolino
* Bruno Forte - Arcivescovo Metropolita di Chieti-Vasto
(dal Catalogo Mostra Associazione Presepistica Napoletana
2005)
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