Storia della Canzone Napoletana
LA CANZONE NAPOLETANA  

STORIA BREVE 

di Giulio Iervolino

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Vi è mai capitato di dover passare lavorando l'ultimo dell'anno in compagnia di soli giapponesi? A me si, nel 1990. Mentre suonavo all‘Hotel Excelsior di Santa Lucia a Napoli, mi mandavano  bigliettini, tramite il Commìs di turno, con il titolo della canzone napoletana che volevano ascoltare e poi la cantavano insieme a me e ... senza sbagliare una sola parola! ... Non mi sono mai più sentito così orgoglioso di essere  UN  napoletano[1].

Introduzione -
Scrivere la storia della canzone napoletana, seppur breve, equivale a scrivere quasi la storia di Napoli. Immane la fatica ve lo garantisco, resa ancor più ardua dalla considerazione che in questo argomento, sono state intinte le più dotte e belle "penne" della letteratura, della storiografia partenopea ed italiana ... Dunque ... La Canzone Napoletana rappresenta l'unica vera eredità, indivisibile ed esclusiva che  IL NAPOLETANO  riceve al momento della nascita. Essa è noi stessi, patrimonio soggettivo ed allo stesso tempo universale, atavica reminiscenza di vite e situazioni che ci hanno preceduto nella storia; il DNA della nostra meravigliosa ed incredibilmente problematica  - Cetà de Napole -. La stessa ci rappresenta, in veste di inno nazionale nel momento in cui, all'inizio di una partita della Nazionale Italiana, manca alla banda musicale[2] lo spartito dell‘Inno di Mameli, e si ricorre senza conseguenze morali o politiche, alla esecuzione di -‘o sole mio- oppure di -Santa Lucia-; ed è immancabile l'applauso fragoroso e coinvolto che molto spesso ed in qualsiasi Stato del mondo, è proprio di quei napoletani che con il loro lavoro, hanno  arricchito economicamente e culturalmente i luoghi dove hanno scelto di  vivere. Rappresenta altresì una fonte di guadagno sicuro per tutti gli operatori del settore musicale; pensate ai tipografi, solo per fare un esempio, che devono continuamente ristampare le canzoni perché, essendo vendute in tutto il mondo, vengono tradotte in tutte le lingue conosciute.

Le origini --
Parlare di origini della Canzone Napoletana è impresa titanica e quasi impossibile, (questo lo scrivono tutti gli autori e l'ho scritto anch'io per assolvere ad un preciso compito ... istituzionale), perciò sarò costretto a rispolverare la mitologia; diamo luogo quindi a qualcuna delle tante ipotesi sulla nascita di   Partènope  e  Palepòlis, poi  Neapòlis. Quando Enea[3] navigando nelle acque del nostro paradisiaco golfo ebbe quasi una folgorazione visiva osservando l'insieme della baia con il maestoso Vesuvio e monte Somma, le spiagge dorate o nere, i boschetti che scendevano dalle colline fin quasi al mare, un porto naturale con il facile approdo, il fiume SEBETO a portata di mano (nelle adiacenze dell'attuale Piazza Municipio), il sole splendente e la calma quasi totale; pensò di essere giunto, forse, nel suo Olimpo. Il Greco, colpito da tanta bellezza non poté esimersi dal provare un fremito ed una sensazione di gioia grande e profonda; dovette arrendersi all'evidenza e considerare il luogo particolarmente adatto alla fondazione di una nuova Pòlis: PARTENOPE appunto; che in greco antico significa - guardare la vergine -. Sembra storicamente accertato però, che Partenope fosse già un microscopico villaggio arroccato sul Monte Echìa (oggi detto di Pizzo Falcone o Monte di Dio), proprio di fronte all'isoletta di Megaride (MEGARIS, sulla quale si costruirà in seguito Castel dell'Ovo[4]), abitato da un gruppo di ex pirati diventati stanziali e pacifici. La sua "fondazione" si fa risalire, per una sorta di convenzione tra gli storici, al 1029 avanti Cristo, tre secoli cioè prima di Roma; Cuma esisteva già e deve la sua nascita agli insediamenti che vi operò una Colonia di fuggiaschi (Calcidesi) dell'isola di Creta; già frequentatissima e ricca, primeggiava nel commercio e nei rapporti internazionali essendo scalo fisso per tutti i navigatori che solcavano l'italico mare. Era anche la sede della dimora della famosa Sibilla Cumana che veniva consultata per i suoi oracoli (Divinazioni). Addirittura si racconta che proprio Cuma sia stata la causa della distruzione di Partenope creando così le premesse per la nascita di Palepòlis (VII secolo a.C.) e Neapòlis (V secolo a.C.) sorta sullo stesso sito. La "sirena"  Partenope era l'amante di Cimone e il loro infinito amore venne ostacolato molto decisamente dal padre di lei,(non meglio identificato), perchè la voleva sposa ad Eumeo; per questi motivi quindi gli amanti furono costretti a fuggire dalla greca patria. Giunti nel golfo di Napoli, Partenope, che era anche una  bellissima ragazza dai capelli corvini che sembravano di seta e dagli occhi azzurri colore del mare profondo e ... (embè? ... così ci piace di pensarla... ), decise di fermarsi. Qui, e qui soltanto, sarebbero stati finalmente felici. Il meraviglioso canto di gioia che sgorgava, senza fine, dalle belle labbra e dal cuore innamorato di Partenope avrebbe dato origine alla canzone napoletana... Pur non volendo mai che il mito perda la sua aulica posizione nella storia-leggenda del nostro popolo, credo sia utile ricordare che i Greci erano già in possesso di una pratica musicale di base anche se molto primitiva: Infatti i pochissimi strumenti musicali riconducibili a quelle epoche, erano di esclusiva produzione greca od orientale: aulos (una specie di flauto corto che da noi verrà chiamato in seguito "sisco" cioè fischio), doppio aulos (maschio e femmina), lira (prima a 4 corde poi aumentate a 7 da Terpandro[5]), siringa, varie percussioni, oltre al canto (melopea). Una peculiarità era rappresentata dal modo di accompagnare il canto con vari strumenti: il solo raddoppio all'ottava inferiore, superiore o all'unisono, era il massimo dello sviluppo armonico; si può notare che la monodia (una sola voce) era il modo incontrastato di fare musica. In Grecia, la musica, era parte integrante della POESIA [6]. Il perfetto connubio tra le due espressioni parola-musica ha dato a Napoli l'esclusiva mondiale sulla creazione e composizione delle canzoni popolari e d'arte; (per averne un chiaro esempio leggi ed ascolta qualche poesia di S. Di Giacomo musicata da P.M.Costa). Altro punto fondamentale sull'origine della canzone napoletana è che la stessa sia da ricercare nel canto popolare e nel canto popolaresco... chiariremo in seguito e più in dettaglio. Una doverosa premessa metodologica -- Prima di addentrarci nella trattazione storica, occorre definire alcuni punti fermi per l'approfondimento dell'argomento canzone; fondamentale importanza hanno tre concetti base che ci aiuteranno a meglio comprendere anche l'evoluzione musicale partenopea e sono i concetti di: Canto popolare,

Canto popolaresco e Canzone d'arte. Il Canto popolare --
Per canto o canzone popolare si intende un componimento frutto di creazione collettiva o di anonimo nel quale si esprime il "sentimento del popolo", dove testo e musica sono praticamente inscindibili. Viene tramandato di generazione in generazione in modo esclusivamente orale e con tutti i cambiamenti che la singola persona, in ossequio alla propria - cultura della tradizione -, inconsapevolmente vi apporta. Esso è pertanto, un componimento sempre uguale, eppure continuamente diverso nel tempo. ... "Resta da chiarire definitivamente che con la frase "sentimento del popolo", usata parlando della canzone, non si vuole intendere la rozza manifestazione di volgari o comuni pensieri od affetti della plebe, ma, ben altrimenti, uno stile, una civiltà, una tradizione aventi la loro nobiltà, e che nei secoli hanno trovato la loro genuina espressione nella forma d'arte poetico - musicale della canzone, divenuta patrimonio del popolo di Napoli."[7] Il canto popolare, quindi, affonda le sue radici nella notte dei tempi è proprio il caso di dirlo; gli esempi di canto popolare possono essere: la ninna nanna, la filastrocca cantata per intrattenere e spingere all'imitazione i bimbi, alcune nenie che aiutavano a pregare, i canti che segnavano il ritmo del lavoro agricolo, i canti per la questua religiosa, ecc. In definitiva i veri canti popolari sono tutte quelle melodie che si imparano da bambini, quelle eterne e senza origine certa; li apprendiamo dalla mamma, dalla nonna, o comunque da un anziano molto vicino; hanno radici estese in tutte le tradizioni delle singole etnie ed anche una similitudine a dir poco prodigiosa in tutto il mondo. Il Canto popolaresco - Canto o canzone popolaresca e canzone napoletana -


Dal concetto innanzi espresso per il canto popolare, si evince che la canzone napoletana non è, non può essere considerata canto popolare, anche se trae le sue più remote origini da esso. Va chiarito, quindi, che, per le sue peculiarità, la canzone Napoletana deve essere qualificata come canto popolaresco: Uno o più autori hanno inteso rappresentare il sentimento del popolo attraverso il filtro della loro conoscenza di metrica e musica, a qualsiasi livello fosse, cercando di elevare a forma d'arte pensieri e passioni generali e tentare di riprodurne i caratteri etnici tipici. Il canto popolaresco, in senso stretto, può essere rappresentato con i canti dei moti popolari, di protesta sindacale, con gli inni patriottici, con la descrizione in musica di avvenimenti che hanno commosso il popolo; ed è proprio questo che vuole l'autore; comporre per poi offrire al popolo ed ottenerne il consenso. Ho letto da qualche parte che una canzone può considerarsi veramente famosa quando diventa patrimonio di tutto un popolo, cioè quando nessuno ricorda ormai più i nomi degli autori, ma la musica e le parole restano scolpite nella mente e nel cuore di tutti per sempre. Per ancor meglio chiarire diremo che: "La vita di una canzone (canto popolaresco) non dura, nella maggior parte dei casi, oltre un determinato periodo; essa, d'ordinario, non viene trasmessa esclusivamente per via orale, di generazione in generazione, perché circola stampata o su dischi, ed ha quindi come mezzi di diffusione la stampa, l'orchestra, il fonografo, la radio, la televisione. Non sono, infine, concepibili modificazioni al testo definitivo stabilito dagli artisti che l'hanno creata: quindi il cantante è per la canzone unicamente uno strumento di diffusione, essendo esclusa, dalla interpretazione che egli ne fa, la possibilità di apportarvi varianti, cioè, comunque, di ricrearla"[8].

La Canzone napoletana d‘arte.
[9] -- Nel 1882 la canzone napoletana incontra colui che le darà il vigore necessario a diventare una vera e propria forma d'arte. La  ipersensibilità e l'infinita cultura sono il tavolo da lavoro del grande artigiano della poesia. Egli sapientemente fonde la tradizione popolare e le nuove tendenze di lessico dialettale traendone una forma nuova, artisticamente evoluta; non scrive finalizzando il verso alla eventuale composizione musicale poiché essa ne è già parte integrante ed indissolubile. La composizione musicale nasce dalla poesia di Salvatore Di Giacomo in modo spontaneo, felice, ovviamente però questa nascita sottende una grande sintonia con la sensibilità ed anche il "mestiere" del compositore. La cantabilità  del tema principale, l'arguta e allo stesso tempo semplice costruzione armonica, lo spessore lirico dei versi e, quella che oggi si definisce "orecchiabilità",  forniscono le basi per la produzione di brani che una volta ascoltati restano imprigionati nel profondo emotivo e riemergono, ad ogni riascolto, per strappare un attimo di commozione, essendo anche facilmente accostabili a particolari momenti della vita di ognuno.  L'intensità, la ricchezza espositiva ed evocativa di Di Giacomo trovarono in Pasquale Mario Costa il loro perfetto "traduttore in musica" . Il maestro tarantino musicò, con impegno ed amore, ben 22 poesie del nostro Poeta e mai nessuna di esse risentì di una qualche differenza, seppure piccola, di livello qualitativo. Essendo molto amici, i due hanno avuto modo di conoscersi a fondo e, sicuramente senza calcolo, hanno trasposto il loro affetto amicale e la reciproca stima nella produzione di capolavori che sono ormai nella storia della musica e non soltanto napoletana. Tra gli altri musicisti che hanno "vestito" di suoni il lavoro di Di Giacomo, vanno senz'altro ricordati: De Leva, Di Capua, Gambardella, E.A.Mario, Nardella, Nutìle, Tosti e Valente per citare i maggiori. Artisti e compositori di grande professionalità ed eccezionale sensibilità. 

L'argomento principe della poesia di Di Giacomo è l'amore, quello per la Donna, quello della madre, quello universale, quello insomma funzionale ai rapporti interpersonali; ma anche la miseria, l'arte d'arrangiarsi tipica di Napoli, la problematica legata alla giustizia applicata ai ceti meno abbienti; i ritratti di personaggi carismatici e storici e la storia stessa;  vengono affrontati dal Nostro Don Salvatore con maestria e padronanza assoluta, competenza profonda e grande passione. Era solito dire che si occupava di "certe cose antiche" l'artista che sapeva dipingere con le parole e non usava mai dire -poesia- parlando di se stesso o delle sue opere. Passiamo ora a descrivere brevemente alcune forme della canzone napoletana: La serenata, la mattinata, la barcarola e la posteggia. La Serenata (antica). -- Oggi che sembra tornata tanto di moda, in una forma malamente rivisitata e molto scorrettamente usata, la serenata ha più che mai, bisogno di essere raccontata e spiegata ai troppi "operatori" e "fruitori" che in fatto di tradizioni popolari e di dignità artistica, in special modo musicale, sanno veramente troppo poco.  Inoltre, dopo una attenta osservazione, che mi è capitato di dover fare mio malgrado, posso asserire e senza tema di smentita, che queste nuove serenate con l'aggiunta di strumenti elettronici quanto meno inopportuni; risultano alla fine delle vere e proprie pacchianate senza alcuna possibilità di riscatto. ... Un altra doverosa precisazione è che non si può prescindere dal modus vivendi del tempo in argomento, sicchè dirò che dopo la promessa di matrimonio, il rapporto di affinità che aveva il maggior bisogno di stabilità nel tempo, era quello che stava nascendo tra le due famiglie che si sarebbero irrimediabilmente imparentate; questo, ovviamente, quando si trattava di un matrimonio d'amore tra giovani cuori e non di quello frutto di una "combine" tra genitori, o peggio ancora, di interesse economico. E poi, diciamolo pure, le Figliole di allora non avevano quasi nessuna possibilità di incontrare i giovanotti (detti anche Picciotti), tranne forse la domenica alla Messa o a qualche festa patronale, poiché erano guardate a vista da genitori e fratelli. Una vera prigionia dorata inquadrettata in quelle panciute ed ornate cancellate di finestre e balconi dette appunto "gelosie" che impedivano si di essere derubati in casa, ma di fatto allontanavano, per le ragazze, qualsiasi possibilità di approccio con l'esterno che non fosse la còrte (diventata in seguito il Cortile). La serenata[10], quella classica e "paesana", era un'antichissima manifestazione prettamente popolare alla quale nei piccoli centri, veniva data una notevole importanza perchè considerata, dai parenti della fidanzata e dai viciniori, un vero e proprio impegno formale al matrimonio. Essa aveva luogo, (veniva cioè "portata") soltanto dopo il fidanzamento ufficiale e con il beneplacito della famiglia della futura sposa. Prima dell'esplicito consenso sarebbe stata sicuramente poco tollerata non essendo, la famiglia di Lei, a conoscenza delle reali intenzioni del giovane.  Come si vede l'importanza data alla forma serenata aveva un fondamento logico perché palesava un sentimento intimo e delicato di fronte a tutti i presenti con la solennità che la musica, la notte ed il canto danno ad essa in un centro piccolo, dove tutti si conoscono e basano i loro rapporti sulla stima ed il rispetto reciproco. Vediamo ora e per curiosità storica quale era generalmente l'iter della serenata: La sera del sabato a casa del futuro sposo che, per una settimana ha fatto una buona "cura a base di cipolle", si riuniscono i musicisti e gli amici tra i quali ce n'è uno con fine orecchio in grado di dare consigli e fare osservazioni mentre ascolterà le prove; fungerà anche da suggeritore in loco nel caso in cui, l'aspirante marito (sic!), dovesse essere preso dall‘ emozione. I musicisti, al massimo tre, erano generalmente: un chitarrista, che poteva essere lo stesso cantante, un flautista ed un mandolinista che all' unisono col canto teneva per la "retta via" la voce. Provata quindi l'intonazione sugli strumenti bene accordati e scelti i brani da eseguire in sequenza, il gruppo si avvia verso la casa della novia; giunti nei pressi si dà qualche accordo di introduzione e si esegue il  - canto di arrivata -  che è un saluto:

Palazzo, bbona sera e bbona notte,

chist' uocchie mieje non hanno durmuto ancora.

Ve so benuto a cantà, viso sereno:

ca da poco tiempo ce haggio spiso ammore.

 

No' me so nnammorato de le ricchezze.

Manco le rrobbe toje me fanno gola:

so nnammurato de le tue bellezze,

il tuo parlare mi sazia e mi onora.

    

A questo punto serve una breve pausa per fare " ‘na tiratella ‘e recchia " (una tirata d'orecchio) a qualche corda allentata e scambiarsi qualche commento veloce sulla esecuzione di questa introduzione alla serenata. Tutto va bene ed il silenzio della notte aumenta il fascino del canto. Si esegue ora quello centrale, cioè il canto di lode nel quale si farà riferimento alla bellezza ed alle grazie di Lei. Una breve introduzione musicale e poi...

 

Tanto bellillo e delicato sciore,

chesta boccuccia addora de viole.

Da poco tiempo c' haggio spiso amore:

speranza tengo a buje fina a che moro.

 

De vierno nun cagnate de colore,

a la staggione site statua d' oro.

Si no' me piglio a buje, mazzo de sciure,

state pe ccerta ca pe buje me moro.

 

Un attimo di raccoglimento e poi si passa alla -canzone di partenza-  con la quale si saluta la donna, talvolta fingendo una partenza, appunto, per luoghi lontani:

 

Io me ne parto e ciento canzone resto,

oggi o dimane ce haggio da partire.

Tu, figliolella bella, réstace aonesta,

lo nomme tuojo nun lo fa sentire.

Si vuoi lo mio core mo' te lo resto,

giacchè co' mme tu non ce puoje venire.

A la tornata ce facimmo la festa,

si la Madonna me ne fa' benire.

 

Tutti contenti ora cominciano ad allontanarsi, una breve tarantella o una marcetta esprimono la gioia della ... compiuta  d'amor fatica. Giunti ad una breve distanza e con grande tristezza nella voce, il giovane lancia il saluto :

 

Fior de viola, l' alema vole partì e lo core non vole.

 

Fatti ancora pochi passi si esegue il canto finale, la lecenzejata, per salutare amici e parenti:

 

Fior d'amarena, ce lasso a tutti quanti la bbona sera.[11]

 

La serenata come si è detto è forma antichissima e per avere un' idea della sua diffusione basti sapere che nel 1221, Federico II  fu obbligato ad emanare una Assisa contro i Giullari per limitare i canti e gli intrattenimenti nelle ore notturne. I secoli[12] tra il ‘300 ed il ‘800 videro grandiosi compositori e cantanti di questa ed altre forme di canzone, possiamo citare: Per il ‘500: Giosquin, Moral, Giacchetti, Adriani, Zerlin, Felippi, Orlandi e Cipriani.

Per il ‘600 : Muchio, Pezillo, Giovan Lonardo Primavera detto Giallonardo dell' Arpa, Sbruffapappa, Junno Cecato ecc... Durante il ‘700 l'usanza della serenata ha trovato nuova linfa  perché, presa dalle strade è assurta agli onori del palcoscenico dell' Opera Buffa dove è stata elaborata da Grandi Musicisti, ed è poi ritornata alle strade ed alle campagne più raffinata e formalmente definita. Per i tempi più vicini a noi basterà ricordare i celeberrimi brani:  Marechiaro, Luna Nova, Serenata Napulitana, Voce ‘e notte, Scetate, Serenata di Pulcinella, e tantissime altre ... Una variante era la - serenata a dispetto - che si eseguiva per sopravvenute divergenze con la fidanzata oppure perché la promessa di matrimonio era stata ritirata: in questo caso il cantante avrebbe potuto usare ben altri toni con conseguenze facilmente immaginabili. La mattinata è forma identica alla serenata. Veniva "portata" di mattina, al risveglio cioè della persona amata. La Posteggia -- La trattazione della posteggia non può prescindere dalle taverne delle quali Napoli, in tutte le epoche, ha avuto un nutrito e variegato campionario: Ben 212 se ne contavano nel 1669 quando il Marchese di Crispano dovette, per incarico reale, redigere un elenco per poter meglio determinare le tasse dovute (siamo alle solite...) sulla vendita del vino a minuto[13]. Dapprima erano gli intrattenimenti di tipo popolare e diremmo così "di piazza", esecuzioni di canti popolari, agricoli o religiosi, che fornivano l'occasione per fare musica e canti corali oppure i primi "concerti", quando il cantatore o la canterina erano famosi e stimati. -" Tradizione antichissima ha la Posteggia. Si potrebbe far risalire la sua origine al greco RAPSODO e, via via, ai latini JACULATORES, ai medioevali TROVIERI e MENESTRELLI. Essa è, insomma, l'erede degli antichi cantori girovaghi, che portavano dalla Corte e dal Castello i canti al popolo dei borghi e delle campagne e, viceversa, i canti del popolo portavano alla Città ed alla Corte": questa la bella sintesi di Sebastiano di Massa[14] . Con l'andare del tempo questa forma di intrattenimento divenne un vero e proprio lavoro; d'altra parte non aveva già cominciato, in epoche remote, il grande Omero ad esercitare una antesignana posteggia? ... Non facciamo facili parallelismi, (... la classe non è acqua ... ), ma certamente senza questi precursori la posteggia non sarebbe mai assurta a vera forma d'arte; poiché è proprio di questo che si tratta. Una bella nota di storico colore sulla posteggia può essere rappresentata dalla Corporazione riconosciuta dall'Eletto del Popolo nel 1569 che anticipava di secoli la nascita della  solidarietà corporativa. Infatti i musicisti "ambulanti" consociati potevano fruire di una indennità di malattia, premi di nuzialità e perfino il diritto di sepoltura a spese della Corporazione. Disponevano anche di una sede al Molo nelle adiacenze della chiesa di San Nicola alla Carità. I protagonisti, primi al mondo, riusciti in questa impossibile impresa, (che sarà negata ancora per lunghissimo tempo ai musicisti colti), furono: Masto Roggiero, Cumpà Junno,  Muchio, Mase, Ciullo(Giulio)‘o surrentino, Giovanni Leonardo Primavera detto Giallonardo dell'Arpa, Sbruffapappa il più geniale artista del tempo, lo Cecato de Potenza e molti altri. Rapportata ai tempi non è cosa da poco, anzi invero eccezionale. Un'altra caratteristica di questa categoria di musici era la "Parlèsia" una vera e propria lingua che si erano inventati, in epoca più recente(fine ottocento), per poter liberamente parlare davanti ai clienti senza dare loro nessuna possibilità di essere intesi. Le ultime generazioni di posteggiatori conoscono molto poco questa parlata, ve ne faccio solo pochi esempi per darvi -il senso del suono- di questa lingua nascosta: le ‘bbane' sono i soldi, "spunisce ‘o jammo" significa: ‘va da chi ci ha chiamato e fatti pagare, così ce ne andiamo[15]", ‘a cummara' invece è la chitarra, ecc. A questo "pubblico esercizio" è stato dato il nome di Posteggia  al quale, i suonatori di tradizione, sono stati sempre avversi: avrebbero senz'altro preferito essere indicati con -i professori-, come fece generosamente Giovanni Gaeta (E.A.Mario) nella sua famosissima canzone "Dduje paravise". Gli è, purtroppo, che la borghesia li ha sempre considerati musicisti di seconda classe; infatti soltanto pochissimi rappresentanti di questo genere, sono stati invitati fuori delle patrie mura ad esibirsi davanti ad altre Corti per le loro eccezionali qualità vocali e musicali. L'appellativo dato a questi musici erranti e/o ambulanti deriva dal verbo "posteggiare" (nel senso di... tenere il posto) e/o  da  "posto" (nel senso di... fisso). Promesse di matrimonio, i matrimoni stessi, battesimi, compleanni, ricorrenze e promozioni  erano le occasioni di lavoro più comuni e remunerative: Conoscenze elementari di musica, stiracchiate melodie sul mandolino e/o flauto, un "filo di voce" bene intonato e tantissimo cuore nelle interpretazioni; questi gli ingredienti necessari alla posteggia.

Essa è pratica antica, come antica è l'arte della seduzione: Fateci caso, oltre a divertire i convenuti con brani allegri e canzonatori, i posteggiatori (quelli veri) avevano il potere di influenzare positivamente le coppie facendole innamorare ancor di più ed oltre ad una buona mancia, anche se mai chiesta, ricevevano grandi soddisfazioni in termini di simpatie e richieste di lavoro; erano, tra l'altro, anche procacciatori di clienti per il locale che li "adottava". Aggiungete poi alcuni fattori esterni quali: L'ospitalità della taverna, gli splendidi tramonti, la Luna d'argento, la pace delle campagne soleggiate oppure il fresco della sera, i buoni cibi, l'ottimo vino e ... capirete perché nessuna donna, italiana o straniera che fosse, sia mai riuscita a resistere al fascino di Gegè, Pinuccio, Totore, Pascalino; insomma... di Napoli. Nessun posteggiatore si è mai veramente arricchito; e questo è vero...  ma quanta poesia in questa arte-mestiere: " La canzone è fatta di tre elementi: un mandolino, una chitarra, una voce... non un tenore, o un baritono. Una voce. Un uomo che possa cantare con la stessa naturalezza con la quale respira o parla. Una voce, magari senza portata. Una  voce,  forse rauca. Ma la voce d'un uomo che  "sente" ; una voce persuasa e persuasiva. Una chitarra e un mandolino che seguono e commentano, senza particolare bravura. Il posteggiatore viene vicino, e canta un po' curvo, quasi sottovoce..." queste le commosse parole scritte da Alberto Consiglio[16].  ricordiamo insieme alcuni tra i posteggiatori più famosi:

Alfonso GRAMEGNA intorno al ‘900 con il suo quintetto fu ospite per molti anni dello Zar Nicola II di Russia. Il celebre Giovanni Di FRANCESCO (1852-1935) detto "‘o zingariello" fu amico di poeti e compositori napoletani e prediletto da Richard Wagner; venne ricordato e celebrato in composizioni poetiche di Salvatore di Giacomo, e Libero Bovio scrisse apposta per Lui un componimento poetico (1930):

 

"Zingariello, cantatore ‘e Pusilleco, senza voce sapive cantà;

cielo e mare,  - quanno ‘a notte era doce -

cu n'accordo ‘e chitarra facive scetà!".

 

Giuseppe SACCO e Raffaella PERES DE VERA furono a Lipsia nel 1905;

Pietro RONCONE e Luigi CALIENNO del complesso Anepeta (1911);

Raimondo SCHOTTLER  e MARANIELLO  del Complesso della Rosa(1910);

Luigi CALIENNO e Raffaele SAVARESE del Complesso  Moreno (1917).

Il FRASCHINI altro tipico posteggiatore, fu anche ricordato da Di Giacomo nel fascicolo "Piedigrotta for ever" del 1901;

Giuseppe ASSANTE, Giuseppe GALASSO e Giacobbe Di CAPUA composero la posteggia della -Trattoria Pallino- al Vomero nel 1902;

Alla "Trattoria dell'Allegria" nel 1905, c'erano: Totonno ‘o barraccaro, Pietro MAZZONE, Giuseppe de MARIA, Raffaele de POMPEIS e Gennaro SPINELLI ;

 

presso il Ristorante D'angelo nel 1949, dilettavano il pubblico i posteggiatori: Vincenzo MARMORINO, Giorgio SCHOTTLER, Salvatore dell‘AVERSANO e Mimì PEDULLA'. Sono altresì da ricordare, e con grande affetto, i fratelli, da tutti considerati gemelli per la straordinaria rassomiglianza, Giulio e Raffaele VEZZA conosciutissimi in tutta Napoli ed anche per aver partecipato a numerosi film con Rondinella e Totò. Erano "fissi" da Salvatore alla Riviera fino a pochi anni or sono; di eccezionale bravura tecnica ed armonica, con soli violino e chitarra sembravano una orchestra intera. Un singolare rappresentante della categoria fu Eugenio PRAGLIOLA (1907-1989) detto "cucciariello" od anche "Eugenio cu ‘e llente". Intratteneva il pubblico sugli autobus della provincia, e con fisarmonica e megafono, bombetta ed occhiali senza vetro, divertiva tutti. Il suo intervento iniziava con questa "entrata" :

 

Signurì buongiorno eccellenze

Con insistenza, all' apparire della mia presenza

Addò nisciuno me penza,

faccio appello alla vostra indulgenza

E dimostratemi ‘nu poco ‘e benevolenza.

 

Eseguiva qualche canzone allegra e poi concludeva la sua esibizione con una esilarante e provocatoria richiesta di pagamento:

 

Signure e signurine, ledi e milòrd,

aggiate pacienza cacciate ‘nu  sòrd,

pe chi nun tene na lira ‘e spicce:

ci'hanna ascì ‘e bbolle ‘ncopp''o sasiccio!

 

 

Infine voglio ricordare Vincenzo MASULA, ormai ultra ottantenne, che ha dedicato la sua intera vita alla posteggia nei ristoranti tra Mergellina e Marechiaro. Abitava nel mio stesso caseggiato di Via Santa Maria in Portico, tra Piazza Amedeo e la Riviera di Chiaja. Ho avuto da Lui e fin da ragazzino, preziose "dritte" e molti testi di canzoni tipiche della posteggia. Ha partecipato anche alla realizzazione di alcuni film ambientati a Napoli con attori famosi, nei quali si può ancora ammirare la sua arte.  Ora passa le sue giornate tra i ricordi presso L'Ospizio Marino di Baia Due Frati a Posillipo; la bella presenza, voce da Tenore leggero ed un personale modo di suonare la chitarra erano le sue caratteristiche professionali e non mancavano, per certo, garbo ed eleganza al suo modo di porsi al pubblico. Un vero Gentiluomo d'altri tempi. --  Panoramica Generale -- Nel primo millennio dell'era Cristiana si è cantato esclusivamente in lingua latina. I pochi testi arrivati fino a noi sono conservati nelle biblioteche di tutta l'Europa ed erano essenzialmente divisi in due gruppi: il primo era dedicato alle persone altolocate e colte, nel quale si inneggiava a gesta eroiche in battaglia, a regnanti e ad avvenimenti storici. Il secondo gruppo invece era dedicato al popolo e con diversi sfondi; quindi l'amore, la satira, la lussuria e la grossolana licenza. Vi erano sicuramente delle canzoni in dialetto, magari eseguite di nascosto od in piccoli ambienti, ma non ne sono purtroppo, rimaste tracce. IL DUECENTO --

Il duecento è un secolo guerriero, le Crociate hanno impegnato tutte le risorse umane ed economiche. Le guerre Sante e, forse una forma di fanatismo religioso esagerato, hanno relegato in secondo piano tutte le attività artistiche. Per questi motivi non abbiamo nessun riferimento alla musica ed ai canti popolari di questo secolo; quasi sicuramente però, mentre Federico II, nei primi decenni,  radunava uomini d'ingegno ed artisti intorno a sé, si cantava già:

 

Jesce sole, jesce sole

Nun te fa cchiù suspirà!

Siente maje ca li figliole

Hanno tanto da prià ?

 

Era questo il grido delle donne che volevano si asciugasse presto il loro bucato? Non credo, anche se Ettore De Mura offre, spiritosamente tra le altre, questa interpretazione; penso, invece, che si riferissero a qualcosa di più intimamente filosofico, o più semplicemente, alla speranza dell'arrivo della buona sorte. E', senza ombra di dubbio, un inno alla luce; un invocazione al sole che dà la vita. È forse utile, sottolineare che questa versione è giunta a noi dopo molti "aggiornamenti" ai quali hanno partecipato chissà mai quante persone. Sebastiano di Massa (op.cit.) ne riporta un'altra che probabilmente  completa la precedente:

 

Jesce , jesce sole,

scaglienta mperatore!

Scanniello mio d'argiento,

che vale quattociento;

cientocinquanta,

tutta la notte canta.

Canta Viola,

lo masto de scola

O masto, masto,

mannancenne priesto,

ca scenne Masto Tiesto,

co lanze, co spate,

coll'aucielle accompagnato.

Sona sona zampognella

Ca t'accatto la gonnella,

la gonnella de scarlato;

si non suone te rompo la capo.

 

 

Ci piace ricordare la bellissima versione musicale che ne ha fatto Roberto De Simone nella sua " Gatta Cenerentola", presentata anche nel repertorio della Compagnia di Canto Popolare. IL TRECENTO -- Il trecento è il secolo dei Menestrelli, dei Giullari, dei Trovatori (o Trovieri) ; persone che viaggiavano continuamente di borgo in borgo per allietare le corti ed il popolo con i brani che imparavano o producevano nel loro continuo peregrinare. Dante Alighieri scrive La Commedia, Petrarca è riconosciuto ovunque come il poeta per eccellenza. Napoli ospita Boccaccio per molti anni (forse addirittura 18) e nei suoi libri: Decamerone, Filocolo, Fiammetta e Rime, il poeta parla benevolmente delle canzoni che ascolta negli ambienti che frequenta; purtroppo però non fornisce precise indicazioni, cioè non ci dice se sono in dialetto oppure in lingua, e non fa nessun riferimento agli autori. Si innamora della figlia di Re Roberto che ha incontrato nella Chiesa di San Lorenzo; ha grande entusiasmo per la città e asserisce di avere ispirazione da essa per le sue opere. Scrive ad un suo amico una lettera scherzosa in dialetto napoletano e decanta sempre le bellezze naturali dei nostri lidi. Per ciò che concerne la musica colta invece, questo è il secolo che vede la nascita del Madrigale e, con i vari cambiamenti che subirà nel tempo (circa duecento anni), questa forma primigenia si plasmerà, attraversando la cantata da camera e l'opera buffa, e si trasformerà nel Melodramma. La sua forma definitiva, che tanta fortuna avrà nell'800, sarà l'Opera Lirica. IL QUATTROCENTO -- Il ‘400 è secolo di grandi innovazioni nella musica seria e conseguentemente nella canzone. Notevole merito ha Re Alfonso di Aragona che volle far rifiorire le arti belle; già nel resto dello "Stivale" le Corti incoraggiavano poeti ed artisti di tutte le discipline a sperimentare e creare cose nuove.  Lo stesso Re Alfonso volle che il dialetto del popolo divenisse la lingua ufficiale del regno (1452), dando così un grandioso impulso alla creatività generale; quindi strambotti, ballate, frottole e sonetti cominciarono ad essere scritti in napoletano(essendo di antica derivazione straniera). Il madrigale continuava a subire cambiamenti, ad opera di musicisti colti, e lentamente si trasformò in un genere esclusivamente aristocratico. Poi, nel 1458, Ferdinando D'Aragona diede ancora maggiore impulso alla musica, invitando presso la sua corte compositori molto importanti in quel periodo: Tinctoris, Ykart, Garnerius ed altri; erano questi i maestri che avrebbero dato i natali, insieme a pittori di straordinaria bravura, alla famosissima in seguito   - Scuola Fiamminga -. Scrive il Prota-Giurleo: " L'influenza fiamminga si riflette per conseguenza anche sulla musica vocale, che diventa polifonica (a più voci n.d.r.), sempre più complessa e difficile; musica da signori; il popolo resta fedele alla monodia e continua a cantare nella sua lingua, come il cuore gli detta".  Nel frattempo però comincia a prendere forma quasi definitiva - La Villanella - che in pochi anni diventerà la forma - canzone più eseguita in tutta l'Italia e l'Europa. IL CINQUECENTO -- Ultimi guizzi di vita per lo strambotto e la frottola in questo che fu il secolo d'oro per la canzone napoletana; e mentre il Madrigale è in gran voga, scoppia la moda della Villanella. Derivazione di un ballo di campagna, la villanella viene "affinata" tanto da diventare il terreno sul quale tutti i compositori si sfidano, portandola a livelli qualitativi altissimi. I musicisti, in cerca di raffinatezze, ne scrivono moltissime a più voci così che possano essere presentate nelle Corti e tra i colti nobili, come vere e proprie opere d'arte. Fu talmente amata che varcò anche i confini d‘Italia; infatti venne dovunque imitata e stampata con la denominazione di   "Villanella alla Napolitana" , come una vera e propria denominazione di origine controllata (DOC) dei nostri giorni. Fra gli altri: Giovan Battista Basile, Giulio Cesare Cortese, Filippo Sgruttendio, Velardiniello, Sbruffapappa hanno lasciato molti componimenti o frammenti di versi scritti per questa forma musicale; ne ricordiamo qualche titolo:

 

 -Parzonarella mia, parzonarella

 -Se vai all'acqua, chiammame commara 

 -Tu si de Nola et io de Marigliano 

 -Guarda de chi me jette a ‘nnammorare 

 -Sciosciame ‘ncanno lo napolitano 

 -Oh bella bella, mename no milo 

 -O quanta sciure o quanta campanelle 

 -Russo melillo mio 

 -Vurria ca foss'io Ciàola 

 -La ricciolina  

 -Villanella ch'all'acqua vaje 

 -Voccuccia de no pierzeco apreturo 

 -Chi la gagliarda, donne vò imparare 

 -Napolitani nun facite folla

 -Sti suttanielle donne che portate 

 -No police       ecc.

 

Mi piace ricordare anche qualche compositore; Andrea Falconieri, Giovanni Del Giovane, Francesco Lambardi, Gian Domenico Montella, Antonio Scandello, Donato Antonio Spano,  e molti altri. Moltissime villanelle nate a Napoli furono stampate comprese di musica, a Venezia, Bologna e Roma in ben curate raccolte; moltissimi i fogli volanti (le primigenie Copielle) purtroppo andati perduti. Molto importanti erano le esibizioni dei cantanti nelle feste popolari (nei giorni di San Giovanni a Mare e Santa Caterina a Formiello), oppure in quelle familiari. Particolarmente impegnativo era il mese di Maggio poiché i napoletani gareggiavano in serenate e mattinate, balli, pranzi, cene e canzoni; queste celebrazioni si ispiravano alle più antiche Maggiolate Fiorentine (il Majo). Ovviamente tra il popolo la villanella fu essenzialmente monodica (ad una sola voce n.d.r.), come anche è attestato dai coevi, e non poteva essere altrimenti, considerato che veniva cantata e ballata nelle campagne, nelle vie e nelle taverne da quei cantori girovaghi che, quasi sempre, ne erano anche gli autori. A fine secolo comincia inesorabilmente il declino della canzone napoletana, determinato in buona parte anche dalla nascita di una nuova forma musicale che avrà grande sviluppo nel secolo a venire: il Melodramma. IL SEICENTO -- " Il ‘600 è il secolo del melodramma. L'opera lirica nata a Firenze nel Carnevale del 1597, rappresentata a Venezia per la prima volta nel 1637, fa capolino a Napoli nel 1651, in un teatro fatto erigere, nel suo palazzo, dal Vicerè Conte D'ognatte. Si presenta proprio quando per la forma villanella comincia il lento declino. Infatti, era accaduto che, da semplice e spigliata ch'era all'origine, la villanella s'era andata complicando passando per le mani di compositori ligi al canone, che la vollero classicheggiante e in forma polifonica, in una versione molto apprezzata negli ambienti aristocratici e intellettuali, mentre le villanelle di stampo popolare continuavano ad essere monodiche. La contrapposizione contribuì all'affievolirsi dell'ispirazione, per cui se le villanelle aristocratiche andarono sempre più scadendo in un italiano approssimativo e stracco, quelle popolari furono intrappolate in un dialetto bastardo tra lingua e parlata per far sì che potessero essere capite, e quindi apprezzate, anche al di fuori di Napoli. A dar forza a questo guazzabuglio ci fu, inoltre, una sorta di suggestione collettiva secondo la quale tutti, indiscriminatamente, potevano scrivere villanelle. Perciò improvvisazioni a non finire, con produzione enorme, è vero, ma musiche scialbe e testi insignificanti, se non scurrili. Ormai la villanella poteva considerarsi tramontata e, con il suo tramonto, apriva un vuoto pauroso nella canzone napoletana." Queste le accorate parole di Ettore De Mura.[17] Nonostante quanto descritto però un segno, un lampo di genio lo dobbiamo a Salvator Rosa; pittore dal multiforme ingegno e dagli atteggiamenti guasconi (nonché grande donnaiolo n.d.r.), che scrisse Michelemmà  (Michela è mia! o forse, Michela è Mamma); nata dopo la Rivoluzione, giustamente provocata per l'aumento del prezzo del pane e delle esose gabelle, da Tommaso Aniello, detto Masaniello, nel Luglio del 1647. Il Di Massa (op.cit.) però ritiene "almeno curioso" attribuire Michelemmà, insieme a Fenesta ca lucive, a questo secolo ed aggiunge che, se penuria di canzoni c'è stata, probabilmente lo si deve anche alla mancata ricerca operata all'interno delle opere scritte per il teatro che grande fortuna cominciavano a trovare presso il popolo; cita qualche esempio: Le figliole che n'hanno ammore del Cortese, La rosa, ecc. Altra considerazione importante è che il ‘600, il secolo del Barocco, vede anche la nascita di Pulcinella[18], probabile elaborazione della figura del Maccus Atellano fusa a quella del Mattacino e del Capitano Mattamoros (ammazza mori), operata da quel grandissimo attore comico che fu Silvio Fiorillo. Vediamo altresì nascere e affermarsi la letteratura in dialetto: il Cortese, con: "Li travagliuse ammure de Ciullo e Perna (poema arrojeco[19]); il Basile con "Lo cunto de li cunte" splendida raccolta di fiabe[20]; e lo Sgruttendio (forse "travestimento" dello stesso Cortese) con "la tiorba a taccone"[21]: sono i soli a levare coraggiosamente in alto la loro voce. IL SETTECENTO -- Il settecento è il secolo dell' - Opera Buffa -, così detta per le sue caratteristiche comiche. Nasce nell'Ottobre del 1709 e rappresenterà un degno rifugio per la canzone napoletana. Nel secolo degli abatini e degli "sciupafemmine" d'alto lignaggio, i teatri sono affollatissimi, la musica e la commedia dialettale fioriscono, Pulcinella furoreggia.

Molti i teatri che iniziano l'attività: il DE' FIORENTINI nel 1707 si rinnova e si trasforma, nel 1724 il NUOVO si apre al pubblico, si inaugura il primo SAN CARLINO, il SAN BARTOLOMEO, per un incendio, viene abbattuto e ricostruito nel 1737 per volere di Carlo III; diventerà il tempio della musica "seria" e sarà intitolato a SAN CARLO (oggi conosciuto in tutto il mondo), si ricostruisce anche il SAN CARLINO il secondo, che diventerà la "casa stabile" di Pulcinella, nel 1780 circa si inaugura il TEATRO DEL FONDO (oggi MERCADANTE), una decina di anni dopo (1790 circa) il SAN FERDINANDO. I nomi di Cimarosa, Paisiello, Pergolesi, Leo, Fioravanti, Vinci, Jommelli, Piccinni; insieme a quelli dei poeti: Lorenzi, Federico, Trinchera, Palomba e il Cerlone (che scrive la bellezza di 56 copioni!), daranno a Napoli le opere più belle che siano mai state scritte per la musica. Oltre a queste nuove ‘vene compositive' si continua a sfruttare il repertorio antico; infatti moltissimi brani del ‘600  e qualche villanella del ‘500 vengono rinfrescate nel testo e nella musica e riproposte nell'opera Buffa. Come pure tante nuove canzoni vengono "tirate fuori" dalle commedie per musica, e fanno testo a sé; esempi mirabili possono essere: Li figliole che so de vint' anne e Quaglia quaglia di Cimarosa; Nun si chella ch' io lassaje di Pergolesi; Felicella di Paisiello; e tante altre che non troverete citate. Alcuni di questi sono compresi in una ottima raccolta di brani intitolata  -La Canzone Napoletana- che Carlo Missaglia ha curato, collaborato da Maurizio Pica (grandioso chitarrista), per i tipi di Ricordi nel 1991.[22] Il settecento, tanto amato dal Di Giacomo, fu anche il secolo dei cosiddetti "Lumi", della presa di coscienza, della nascita dello Illuminismo e si preparava, Napoli, a diventare una grande capitale insieme a Parigi, Londra, Vienna, senza sospettare mai che sarebbe stata abbandonata a se stessa subito dopo l'unità d'Italia. L'OTTOCENTO -- I primi decenni dell'800 non sono particolarmente fecondi per il genere -canzone- anche se forse quest'ultima è pervenuta, faticosamente, ad una forma che potremmo considerare ormai definitiva. Essa è dovuta, in gran parte, all'influsso benefico dell'Opera Buffa che ha inserito nei testi nuove situazioni e tematiche a più ampio respiro; infatti il suo merito maggiore è stato proprio quello di aver generalmente rappresentato la semplice realtà del costume del popolo napoletano, e di aver dato particolare risalto ad alcune disposizioni morali ed agli effetti di esse. Altro suo grande merito è stato quello di essere riuscita, molto gradatamente, a spegnere la fiamma del esasperato barocchismo musicale. Anche Andrea della Corte condivide l'idea della mancanza di artisti geniali, in grado di affermarsi per stile personale o per proprietà della forma: Egli inquadra questo periodo tra il '40 e l'avvento di Costa. Abbondano invece autori e compositori senza spessore che utilizzano tematiche frivole e superficiali. Sono veramente pochi gli esempi di composizioni di livello elevato: -Me voglio fa ‘na casa mmiez'o mare- di Donizetti 1837, -Te voglio bene assaje- di Sacco con musica attribuita allo stesso Donizetti 1839, e -La Danza- di Rossini, che è, universalmente riconosciuta come la tarantella più bella e famosa. Nonostante queste presenze di grande prestigio che hanno purtroppo carattere momentaneo, è solo a fine secolo che assistiamo alla nascita della canzone d'arte; quella cioè che tutto il mondo canta e ci invidia. Giova comunque ricordare, ed obiettivamente, che questo è il tempo dei cambiamenti sociali e radicali, degli sconvolgimenti morali e politici. La rivoluzione italiana ha avuto spunto dalla Rivoluzione Francese e dalla tragedia della Repubblica Partenopea, dai moti Carbonari del 1820-21 ecc., e... -" fino a quando il nostro Risorgimento non sarà compiuto la poesia popolare e quella popolaresca non troveranno le condizioni necessarie per il loro rifiorire"[23]. Per avere una visione di più ampio spettro popolare, ci affidiamo ad un ‘cronista' coevo davvero eccezionale;  Francesco De Sanctis: " mi direte: dov'era dunque la genialità meridionale? Bisogna esser vissuto in quei tempi per capire cosa appassionava le moltitudini, che le faceva fremere. L'Iside era letta da pochi, le gare tra puristi e romantici rimanevano in piccolo cerchio. Ma l'annunzio della Norma o del Barbiere commoveva tutta la città: era il tempo glorioso del S. Carlo. Dalla poesia secentesca ed arcadica uscì la musica -che ebbe qui la culla-; ed allora questa terra era ancora la terra di Paisiello, di Pergolese, di Cimarosa; c'era Zingarelli, c'era Bellini; qui si educò Rossini, qui Donizetti. Ecco dov'era la nostra genialità. Tutta quella ricchezza di colori e forme era senza contenuto, si esalava per via dell'orchestra. Contentiamoci, perché non è piccola gloria"[24].   Altro dato di non poca importanza e di cui bisogna tener buon conto, è una sorta di sudditanza psicologica di cui soffre la canzone napoletana nei confronti dell'Opera melodrammatica: infatti l'opera costituisce una forma d'arte superiore, studiata a tavolino e di sicura qualità; posta in essere da musicisti e librettisti preparati, colti, veri e propri professionisti della musica. Solo alcuni di essi caleranno verso la forma canzone apportandovi, peraltro, novità stilistiche ed armoniche che avranno, in seguito, grande importanza per la nascita di altri generi musicali. La canzone continua a rappresentare una forma artistica minore e più semplice... ed il bello è che non può discostarsi da questa funzione altrimenti perderebbe la sua genuinità e vedrebbe la sua innata vitalità irrimediabilmente compromessa. Le canzoni di Mercadante e di altri musicisti non meno illustri esplicano chiaramente l'influsso esercitato dall'opera melodrammatica; nascono così brani con caratteristiche che oggi definiremmo "all'antica" o classicheggianti: "Fenesta ca lucive, nella quale sembrano fusi motivi da "la Sonnambula" di Bellini e dal "Mosè" di Rossini... "Palummella zompa e vola", che deriva dall'aria di Brunetta della "Molinarella", ‘ ma vattenne a lo saputo'... Santa Lucia, nella quale riecheggia il motivo della "Lucrezia Borgia" del Donizetti "com'è bello, quale incanto"...[25]  ecc. Tra gli autori di versi ricordiamo: Domenico Bolognese, Marco D'Arienzo, Michelangelo Tancredi, Mariano Paolella, Michele Zezza, Ernesto Del Preite, Achille De Lauzieres... in collaborazione con musicisti di chiara fama come: Mercadante, Donizetti, i Fratelli Ricci, Pietro Labriola, il Florimo, Acton, Coen, Luigi Biscardi, ecc. Una citazione a parte merita, senz'altro, Guglielmo Cottrau, un francese arrivato a Napoli con suo padre che faceva parte del seguito di Giuseppe Bonaparte nel 1825 . Cominciò ad interessarsi dei canti popolari campani e ne raccolse una notevole quantità; rimaneggiati e poi dati alle stampe costituiscono un patrimonio enorme che, senza il suo intervento, sarebbe andato irrimediabilmente perduto. Nel 1839 nasce da Raffaele Sacco (ottico) e con la musica attribuita a Donizetti: "Te voglio bene assaje" che avrà un successo talmente grande da essere fatta oggetto di -risposte- e di innumerevoli tentativi di imitazione. Nel 1846 nacque "Don Ciccillo a la fanfarra" che fu il tormentone della città; fu ispiratrice di commedie e di un fumetto ante litteram. Altro grande successo ebbe "Lu primmo ammore" di Luciano Faraone che fu musicata da diversi compositori. Per ciò che attiene a Santa Lucia (1848), testo italiano di Enrico Cossovich e musica di Cottrau (o forse Donizetti?), mi piace precisare che esiste una versione in dialetto, (che è sicuramente il componimento originario) che in parte riporto:

 

Comme se fricceca la luna chiena

Lo mare ride ll' aria è serena

Vuje che facite mmiez' a lla via

Santa Lucia Santa Lucia

Ecc.

 

Nel 1870 un altro balzo in avanti si deve alla grande arte di Luigi Denza musicista che insieme a Peppino Turco scrive "Funiculì funiculà" nata per scherzo e per pubblicizzare l'inaugurazione della Funicolare del Vesuvio. Il successo fu talmente grande che l'editore Ricordi, uomo dal cuore d'oro e di grande fiuto nel riconoscere l'arte, con le sue centinaia di migliaia di copie a stampa per pianoforte e voce, invase tutti gli ambienti nazionali ed esteri. Da queste premesse ha inizio quella rivoluzione musicale che vedrà la nascita della canzone napoletana d'arte; musicisti come Valente, Costa, Di Capua, De Gregorio, Gambardella, daranno il giusto colore e sapore ad una canzone che diventerà la nostra bandiera nazionale in tutto il mondo. Il merito maggiore deve però ascriversi alle eccezionali qualità poetiche di Salvatore Di Giacomo che fornì la materia prima affinchè questi grandi compositori potessero esprimere al meglio possibile le loro qualità di squisita sensibilità artistica e di notevole tecnica musicale. Fanno da corollario a Don Salvatore poeti come il vulcanico Ferdinando Russo, Giovanni Capurro, Pasquale Cinquegrana, E.A Mario, Libero Bovio, Eduardo Nicolardi e moltissimi altri. Loro tramite la canzone si perfeziona e prospera grandemente; le bellissime "Feste di Piedigrotta" (un festival della canzone napoletana ad litteram) a Settembre, ed altre manifestazioni fisse in primavera-estate, aumentano talmente l'interesse verso la forma canzone da offrire l'occasione per la nascita del "Caffè Concerto" (o Cafè Chantants alla francese), che sarà la fucina di tantissimi e bravissimi cantanti oltre a diventare l'imprevedibile fortuna di bravi autori e musicisti. Il CAFFE' CHANTANTS -- Nel 1893 al Casinò di Parigi trionfava la diciottenne Mistinguette e alle Folies Bergères incontrastata diva venticinquenne era la Belle Otero, ... ma Napoli non era certamente da meno... I maggiori teatri napoletani deputati alla funzione di varietà sono stati: Il Grand Eden, Il Salone Margherita presso la Galleria Umberto I°, l'Eldorado, il Circo delle Varietà al Chiatamone ed altri minori. Questi i luoghi della "perdizione" popolare. Luoghi dove poteva accadere di veder rovinare in improvvisa miseria il rampollo di nobile famiglia che, dopo aver sperperato enormi capitali per assecondare i capricci di qualche -SCIANTOSA-, (perché proprietaria di gambe bellissime e seni procaci abilmente mostrati), riusciva a trascinare nel fango l'intera famiglia.  Certo la nomea di queste attrici/cantanti non era delle migliori ed anzi si può dire che molte si avvalessero esclusivamente della loro bellezza ed astuzia per aver successo, carriera e soldi, molti soldi; tanto da spingere il Di Giacomo a coniare la definizione di ... "celebre orizzontale". Solo qualcuna riuscì a lasciare il teatro per maritarsi e condurre vita di famiglia. Emersero tra le tante "canzonettiste" per bellezza ed intelligente grazia Amelia Faraone, Pina Ciotti, Lina Cavalieri, Emilia Persico, Carmen Marini, Ersilia Sampieri, Amina Vargas ed altre. "In quello scorcio di belle epoque, il 1893 e anni seguenti, il destino, e per destino intendiamo possibilità di successo, delle canzoni napoletane stava tutto racchiuso nelle mani delle sciantose; francesi purosangue emigrate a Napoli e pagate meglio delle cantanti napoletane o pseudofrancesi, cioè ragazze napoletane nate magari "sopra i Quartieri", ma accortamente munite di un nome esotico; o anche semplicemente napoletane di nome e di fatto. Purchè " sciantose". Esattamente come oggi, in quegli anni di fine secolo ciascun interprete aveva un suo repertorio personale e il successo di una canzone era in ragione della popolarità dell'interprete".[26] Ovviamente i "produttori", poeti e musicisti della canzone, fecero tesoro di questo stato di cose e ne approfittarono, aumentando il loro successo editoriale e gli incassi. Una piccola menzione merita senz'altro Maria Campi che nel 1894 inventò la ormai famosissima MOSSA: " ... quel sincrono movimento delle anche, del ventre e del seno avviato al rullo di un tamburo e concluso da un suono di grancassa, che mandava gli spettatori in visibilio" [27]... ... e non so se mi spiego ... d'altra parte poi, la canzone napoletana allegra o triste che sia, non ha sempre celata una buona dose di sano erotismo? Tra i cantanti più famosi del momento sono da ricordare Bernardo Cantalamessa, Arturo Ciotti, Diego Giannini, Nicola Maldacea, i Viviani Raffaele e Luisella, Armando Gill, Anna Fougez, Tecla Scarano, Ada Bruges, Ester Baroni e tanti altri. IL NOVECENTO -- Gli ultimi tre decenni dell'800 furono caratterizzati dal fenomeno del Brigantaggio[28](che si ribellava ad una Unità Nazionale nè chiesta né condivisa e che fu risolto con il saccheggio ed il vile massacro di umili ed inermi contadini); e da un grande fermento artistico: La pittura, la poesia e di riflesso la canzone, incorniciarono tutte le "belle" e vane aspettative di progresso ed unità della nascente Italia. "... Sulla pelle della stragrande maggioranza dei napoletani, la vicenda unitaria era dunque passata per come avevano voluto e disposto i camorristi di Tore ‘e Criscienzo, assoldati da Liborio Romano, il potente uomo della polizia del tempo. Di qui una folla enorme di gente minuta, alla promessa di giustizia sociale e terra ai cafoni e vieppiù per le pressioni psicologiche subite (guai a coloro che lesinano applausi al vincitore!), si era riversata in istrada per accompagnare (o seguire?) l'eroe (scomunicato!ndr) dei due mondi lungo la marina al santuario di Piedigrotta. Ma una volta terminata la "promenade", voluta da un copione scritto da farabutti, chiuso il sipario delle feste ufficiali e delle feste di Maria, a sala deserta, o forse meglio a città non più capitale, la plebe gabbata non potè fare altro che tornarsene a casa (si fa per dire!) e piangere." [29] Nonostante il quadro sociale accennato ed avendo il Tempo, (unico vero galantuomo), steso la sua generosa e pietosa mano; il novecento si apre nello splendore delle manifestazioni canore che ormai avevano  primaria importanza nella vita cittadina. Si assiste così al predominare della canzone in tutti i teatri,  i debutti di giovani e valenti artisti si susseguono senza sosta. La bellissima Emilia Persico, Elvira Donnarumma, Carmen Marini, Lina Cavalieri (la donna più bella del mondo), Gennaro Pasquariello, Diego Giannini, Nicola Maldacea, Armando Gill, Peppino Villani...  ottengono successi grandiosi; mentre musicisti come: De Curtis, Falvo, Valente, Nardella, Fonzo, Cannio, Lama, Nutile, Tagliaferri, Gambardella ed altri, danno sfogo alle loro più intime e coinvolgenti melodie.  Nel 1875 con l'unica vera arma che le restava e che possedeva da sempre, e dopo aver subito la invasione sabauda; Napoli decise di rimboccarsi le maniche e non lo fece soltanto metaforicamente, con "Levete ‘a cammesella" riuscì a cogliere i classici ‘due piccioni con una fava': Infatti questo brano oltre ad ottenere un successo incredibile, fornì anche l'occasione per inventare una nuova forma di spettacolo che avrebbe in seguito, invaso l'intero pianeta : Lo strip tease. In breve tempo e smessi definitivamente gli abiti gloriosi, (nel bene e nel male), dell'ex capitale borbonica; Napoli divenne la incontrastata capitale dell'arte e dello spettacolo. Tant'è che tutto quello che attiene direttamente e/o indirettamente alla rappresentazione delle arti, (ma anche l'applicazione di tecnologie molto avanzate), è stato concepito qui ed è stato sfruttato commercialmente in seguito, al nord e all'estero, da quelli che disponevano o potevano disporre, di grandi "risorse" economiche e politiche, ormai definitivamente negate al Sud d'Italia.

 

SEGUE CON IL NOVECENTO

G.I.



[1] Sapete che in Giappone esiste un Museo della Canzone Napoletana già da molti anni... ... e noi? ... 

[2] In Belgio nel 1923 .

[3] Secondo la mitologia Enea avrebbe fondato Cuma .

[4] Dopo averla collegata artificialmente alla terra ferma.

[5](700-650 a.C. che insieme a Pitagora (580-504 a.C.) può essere considerato tra i primi musicisti della storia.

[6] Musica, Arte oratoria, filosofia, Poesia ecc.

[7] L'editore ai lettori in - Storia della canzone napoletana - di Sebastiano di Massa. F. Fiorentino

  Napoli 1961 .

[8] S. Di  Massa  op. cit.

[9] Leggi anche il mio articolo su  SALVATORE DI GIACOMO (www.Lastoriadinapoli.it)  dal quale è tratto

  questo stralcio.

[10] Vedi anche STORIA DELLA CANZONE NAPOLETANA di Sebastiano di Massa

       Editore Fausto Fiorentino Napoli 1961

[11] Canti raccolti nel 1935 da Sebastiano di Massa .Op.cit.

[12] Vedi Mortella d'Orzolone Poema arrojeco di  Nunziante Pagano Coll. Porcelli  1787 

[13] Taverne famose napoletane. S. di Giacomo - 1° ed. in Napoli Nobilissima Tra il Febbraio e il Maggio del 1899.

[14] Storia della Canzone Napoletana. Fausto Fiorentino Editore Napoli 1961 .

[15] Jammo è il verbo andare cioè: andiamo, ed è anche diminutivo di ‘jammero' -gambero- qui inteso come "padrone della festa", diremmo oggi    l'organizzatore che, quando alla fine deve ‘cacciare i soldi' fa sempre qualche passo indietro.

[16] Antologia dei poeti Napoletani  - Mondadori Editore - 1973

[17] Enciclopedia della Canzone Napoletana - Editrice Il TORCHIO 1969.

[18] Leggi: A. PELLINO -- PULCINELLA una maschera un mito: Salvatore De Muto. Ediz. Litografie

   Artistiche Napoletane.1988

[19] Trad.: I problematici amori di Giulio e Margherita. Poema eroico . Giulio Cesare Cortese .

[20] LO CUNTO DE LI CUNTE o Pentamerone . Gian Battista Basile - Beltramo Napoli  1634 .

[21] La TIORBA era uno strumento simile al  Liuto, il TACCONE era il plettro che si usava per suonarla.

[22] E' ad iniziative di questo tipo che bisognerebbe dare il maggior plauso e risalto possibile, considerando anche che il Missaglia, cantante e chitarrista napoletano di fama internazionale, ha dovuto durare molta fatica per arrivare alle fonti e, questo ha fatto durante le sue tournes in tutto il mondo. Bravo! ... è anche appassionato di archeologia marina ed ha effettuato molti ritrovamenti nelle acque del golfo. ndr

[23] S. Di Massa op.cit.

[24] F.De Sanctis.  La letteratura italiana nel sec.XIX  Napoli Morano 1910 pag. 188.

[25]  S. Di Massa  op.cit. pag. 243

[26] Vittorio Paliotti in LA CANZONE NAPOLETANA Fratelli fabbri Editori Milano 1970.

[27] Vittorio Paliotti op.cit.

[28] Vedi " BRIGANTI".

[29] Enzo Grano -LA CANZONE NAPOLETANA Storia di un popolo- Bellini Editrice Napoli 1992.